
Buone intenzioni. Suona beffardo il titolo del primo disco dei Mora, ensamble toscano che arriva all'esordio su cd dopo un lustro di attività live e il promettente ep 'belcaire' dell'anno scorso. Suona beffardo, dicevamo, se associato alla sua copertina (che porta alla mente certe cover anni novanta, e non sarà un caso come vedremo), in cui un'ape si posa su di un fiore pronta a depredarlo. Suona beffardo e suggerisce una buona dose di rabbia sottopelle, segno distintivo di un gruppo cresciuto a forti dose di rock italiano anni novanta. Chitarre e melodie che lottano per emergere. Grunge e momenti di pura poesia accompagnata solo da un'acustica e dalla voce espressiva e dolente di valente iata. Lo spleen e la rabbia sembrano provenire dritti dal 1995, grazie a suoni, che rimandano a quel periodo per molti versi dorato per la scena musicale della nostra penisola, e ai testi, stranianti e al contempo tremendamente concentrati sull'immanente, come è proprio dei versi composti con il cut up. 'bruck an der grosslocknerstrasse', 'peyusse-le-roc' e 'uno che non ha mai torto' sono tre pezzi d'avvio che rivaleggiano con qualunque altro disco italiano degli ultimi dieci anni, energia e furore puro che sfociano in chorus pronti a essere scritti, da qui ai prossimi quindici anni, su migliaia di zainetti di adolescenti incazzati.
A sorpresa, dopo un trio energetico, i Mora abbassano il volume con il breve strumentale 'elio tinti' e la ballata 'ad altro fine', il vero capolavoro del disco, in cui voce e chitarra si uniscono, sorretti da un tappeto d'archi, creando un'atmosfera dolceamara per quattro minuti di intimismo puro.
Il tempo di un breve divertissement punk, 'accordo calcaterra', che distrugge l'attuale scena musicale fiorentina con battute al vetriolo, e la dolcezza torna ad emergere con 'in amore tutto è vero e tutto è falso', che siamo sicuri avrà un'ottima accoglienza live, una di quelle canzoni nate per essere piccoli inni. C'è da sperare che qualche radio si accorga di questo gioiello.
'445' e 'niente di assurdo' tornano al registro delle prime tre canzoni, mantenendo alto il livello di energia del cd e riportando l'ascoltatore alla brusca realtà. Anche qui l'ironia non manca certo in testi che attaccano i ventenni d'oggi (come avevano fatto gli Afterhours scatarrandoci su dieci anni fa) e 'la chiesa, le poste, i locali fighetti, la vita, la morte, le istituzioni e un pò tutto quello che mi fa svegliare col giramento di coglioni', citando il testo di 'niente di assurdo'.
L'addio, stavolta solo per piano e voce, è 'nessuno si rassegna che agli altri succeda e a lui no', in cui l'amarezza del testo non rispecchia l'andamento quasi sognante della parte strumentale.
Un disco da nove pieno, da ascoltare, amare, vivere.
Una promessa mantenuta che non potrà che crescere. O almeno ce lo auguriamo. Con le migliori intenzioni, sia chiaro.









